ci sono due modi di intendere il pensiero: come manipolazione dei simboli o come manifestazioni della realtà. Il primo modo è stato declinato in tanti modi, apparentemente moderni – dalla macchina di Turing ai giochi linguistici di Wittgenstein, dalla svolta linguistica all’intelligenza artificiale odierna. Si sposa con l’idea che la casa del pensiero sia il linguaggio e che quest’ultimo, in fondo, non sia altro che una continua ricombinazione di simboli.
Al di là di questo entusiasmo per il pensiero ridotto a calcolo di nuove combinazioni, esiste un’altra grande intuizione sulla natura del pensiero secondo la quale noi non saremmo solo manipolatori di simboli, bensì momenti dell’esistenza. Ognuno di noi sarebbe un’occasione che ha la realtà per essere vera.
Riccardo Manzotti
Art is a mirage
Il titolo prende spunto da un concetto espresso dall’artista Marcel Duchamp, definizione che egli usa per ricondurre l’operazione artistica e la sua percezione allo status di fallace illusione. Ma oltre al legame con tale concetto di partenza le opere si presentano come serie di dittici che accostano una fotografia di un paesaggio o di oggetti tratti dalla realtà quotidiana a capolavori della storia dell’arte. Tali associazioni sono volte a mettere in scena quanto accade nell’approccio percettivo di chi ha “consumato” immagini d’arte e quanto tale frequentazione si ripercuota sulla percezione-visione del reale. Per questa via le opere interrogano anche la funzione dell’arte stessa, vista come un’occasione che ha la realtà per manifestarsi ad un altro livello di intensità e non solo come pura res extensa o mero gioco combinatorio.