IN ABSENTIA

IN ABSENTIA

 
Galleria Percorsi/Arte Contemporanea
Rimini, 7-28 maggio 2011
 
“In alcuni paesi lo straniero che viene accolto diventa dio per un giorno […] ma occorre spingersi più lontano e pensare all’ospitalità nei confronti della morte. Non esiste ospitalità senza memoria. Cosa mai sarebbe un’ospitalità che non fosse pronta ad aprirsi al  revenant ?”

J. Derrida, Sull’ospitalità
Una selezione di opere per  tentare  qualche considerazione sul presente, pur  “in absentia” di determinati momenti del nostro  passato, a volte apparentemente marginali o minori e costantemente rimossi dalla coscienza collettiva. Il lavoro nasce dal montaggio di materiale già informato da altri: Archivi pubblici e privati, in dialogo con alcuni segni del contemporaneo. L’intervento artistico è quindi spesso ravvisabile unicamente in una sorta di  postproduzione concettuale. L’atto del rammemorare, di ospitare il passato si fa strada dentro frammenti di identità nazionale, allude alla loro natura politica, senza pretendere però di svolgerne la critica in termini complessivi e storici. Quello che si vorrebbe suggerire è tutt’al più  la necessità di tornare a posare lo sguardo su brani di memoria e di esistenza ancora in grado di porci ‘in questione’

Estratto dalla presentazione in catalogo:

“La bassa risoluzione di un archivio”
di Antonio Marchetti

Il sintomo di una perdita – o di uno stato confusionale – che le “parole” di  spiegazione-traduzione dell’arte contemporanea rivelano, sta nel pericoloso ritorno ad un linguaggio esoterico e autoreferenziale di cui non sentivamo più il bisogno, che rischia di allontanare il pubblico dal privato creativo. Oggi abbiamo bisogno di una lingua “nuda”. Il lavoro artistico di Maurizio Giuseppucci, fortunatamente, spinge alla sintesi, all’immanenza, alla logica del grande gioco dell’arte.

Internazionale, globale, costantemente connesso col mondo, cibernauta, ma  autenticamente “italiano”, artista del trauma, del naufragio e dello shock. Se poi il trauma ed il naufragio paiono alle nostre spalle le sue opere provvedono ad accorciare le distanze. Lo shock è dentro il suo linguaggio, levigato e “superficiale”, elegante e di confortevole “design”, visivamente appagante ed estetizzante, sintetico e prosciugato dalla circolazione sanguigna, shock anemico, congelato. I vampiri della Storia (e dell’Arte) sono già passati. Ma non bisogna abbandonarsi troppo all’inganno: il depistaggio è la “forma”, e viceversa. Successivamente, accettato il suo seducente invito ad entrare – che potrebbe condurre all’inferno della Storia – il pensiero ti assale e le memorie vengono in superficie, drenate in modalità incontrollate; da qui lo shock, anzi l’elettroshock che Maurizio Giuseppucci ci somministra con leggere scariche elettroconpulsivanti (attraverso la distanza formale dei pixel e di una voluta “bassa” risoluzione digitale) che agiscono nella profondità delle nostre storie rimosse, e mai ricomposte. Le sue opere richiedono una tua particolare partecipazione; sei preso al laccio, attraverso uno shock dolce;  poi sei lasciato  a dibattere con te stesso. L’opera scompare e restiamo soli, a pensare. Come soli lo siamo sempre, dietro le maschere socializzanti, autoconsolatorie, consumistiche.

Artista “italiano”. Nel suo video omaggio-congedo alla macchina da scrivere “lettera 32” dell’Olivetti, la concettualità asettica è in verità una partecipazione appassionata alla filosofia aziendale di Adriano Olivetti, una storia italiana straordinaria che Giuseppucci innalza come vessillo contro la corruzione  contemporanea. Poi, finito di scrivere le sue cifre, si ritrae, chiude la custodia e si propone per qualche “frame” con un profilo tagliato a metà. Quanto basta. Un ritrarsi con passione.

Nell’opera “Il piatto piange”, ove immagine e funzione coincidono, rivediamo fotogrammi (frame) del film di De Sica, “Umberto D”. La distanza storica corre parallela al distacco stilistico: le immagini sono fotografate dallo schermo del computer, come se ad una bassa risoluzione potesse corrispondere un’accentuazione del sentimento patetico-archivistico. In “Dittatura Dettatura” viene riscritta una pagina di un dettato scolastico in epoca fascista e le immagini sono riprese da un cinegiornale sulla gioventù fascista. Inevitabile la declinazione, nonostante i rapporti di scala storici, ove la vocale di slittamento si fa carico del punctum: dettatura-dittatura politico-mediatica di questa stagione contemporanea.  Una questione che non riguarda solo la Storia. Per Maurizio è una questione di stile, e di tavolozza. Il rosso sarà quello leninista e maoista, l’oro quello dei memoriali, il nero il lutto della democrazia, il frammento l’improbabile museo, mentre l’ingannevole trasparenza delle sue barre in plexiglas sono la delicata piombatura-sepoltura irreversibile che l’artista imprime al suo lavoro. Piccole tombe, con ineffabili lapidi.