Come ho dipinto alcuni miei libri


COME HO DIPINTO ALCUNI MIEI LIBRI
Mostra presso le sale antiche della Biblioteca Gambalunga di Rimini :

“Come ho dipinto alcuni miei libri” – Comment j’ai écrit certaines de mes livres (Raymond Roussel),
per la cura di Antonio Marchetti, promossa dalla Biblioteca Civica Gambalunga con la collaborazione del Comune di Rimini-Assessorato alla Cultura.
Maurizio Giuseppucci, Antonio Marchetti e Franco Pozzi propongono opere ed installazioni negli spazi settecenteschi e seicenteschi della biblioteca, sollecitati dalle raccolte della Gambalunga ed in particolar modo da alcuni libri e manoscritti qui esposti per l’occasione. Il Novecento, attraverso autori che gli artisti considerano di formazione, irrompe tra gli antichi scaffali in una ideale continuità, certo non lineare, con l’idea di “Moderno”, fondamento statutario della Biblioteca Gambalunga. Un originale catalogo-archivio, ideato da Leonardo Sonnoli e Irene Bacchi, documenta gli interventi artistici e raccoglie i testi di Annamaria Bernucci, Massimo Cacciari, Paola Delbianco e Piero Meldini.


L’assedio
installazione su un volume dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, sesto volume delle Planches (Lucca 1770); fotocopia su carta da spolvero (Lepisma saccharina), foglio di carta lucido con punzonature e cubi di vetro, riproduzioni dei ritratti di Antonio Gramsci e Denis Diderot.


La cosa scritta:
ricamo su velluto, citazione da Edmond Jabes, Il libro della sovversione non sospetta: “e se la sovversione fosse solo lo scarto tra la cosa creata e la cosa scritta?”
Index librorum proibitorum (Roma 1758)
Quintiliano, De istitutione oratoria, con commento espurgato (Venezia 1567)


Invocazione:
Invocazione araba per salvare i libri dagli insetti, proiezione grafia in movimento, video loop.


Una solitudine troppo rumorosa
Libro d’artista, materiali vari, citazioni tratte dall’omonimo romanzo di Bohumil Hrabal, punzonature e intagli su carta.

Estratti dagli interventi in catalogo:

LA NOZIONE DELLA PERDITA
di Annamaria Bernucci
Un testo è un’ospite del tempo del lettore. Può allignare e crescere, essere estirpato, dilatarsi sino a ramificare come una pianta, un testo può divenire atto di libertà in un contesto come il presente così avaro di ‘parole d’ordine’ epocali e così pieno di relitti ideologici. Nella lettura ospitale di Maurizio Giuseppucci il rapporto tra la parola e l’immagine è una componente primaria.
Egli parte da una sponda concettuale, ma l’approdo è complesso perchè sempre dissimulato, non ama rivelare la rotta, anzi lascia aperta la percorribilità a molteplici valori semantici attraverso il potere che hanno le sue immagini di dilatare il senso e i testi.
Il libro in quanto ‘oggetto e forma’ appartiene al suo personale status, gli è congeniale per formazione ed educazione. I suoi racconti fotografici non dissipano il legame con la parola scritta, né tanto meno i legami con l’autore di riferimento, amplificano o creano complicità inaspettate. Diventano dispositivi aperti, le pagine scorrono con la stessa velocità di un fotogramma, hanno la condensazione di un frame. Acetati e lucidi trasparenti o colorati fanno da diaframma, isolano tra loro le immagini componendo una lunga sequenza.
L’operare di Giuseppucci esprime il tempo poroso e proteiforme attuale fatto di voci solitarie e di figure di intellettuali (mutati o mutanti come avrebbe detto Pasolini) nei quali la stessa generazione cui appartiene l’artista si identifica. Generazione che ha saputo guardare i grandi maestri del secolo trascorso, ma che si è cucita addosso un abito diverso, di abili combinatori di media.
Ciò che preme è l’identità celata nelle immagini, specie quelle ibride e babeliche della contemporaneità. La modalità è quella del prelievo dal reale, mimetizzando significati e relazioni, realizzando un montaggio già ‘informato’ da altri. C’è ad esempio una fotografia, agglutinazione di oggetti e immagini pre-esistenti. Poco importa sapere che nella ‘messa in scena’ figura una piccola gomma per cancellare a forma di teschio (gadget di un museo) e che l’immagine che le fa da sfondo, che già allude a catastrofiche esondazioni, è la testimonianza visiva di un’installazione dell’artista Roman Signer. Ciò che conta è il risultato ottenuto governato da un preciso intento che dà luogo a slittamenti (temporali), a spaesamenti (di significati) a una corrispondenza simbolica che va dalla vanitas a precisi richiami iconografici.
L’immagine suggerisce anche il concetto della cancellazione e della perdita; evoca le ondate di biblioclastia che da sempre hanno investito la storia di libri e biblioteche. Ecco ancora: l’Indice dei libri proibiti. Esso sta ai roghi, come l’azione corrosiva dell’inchiostro sulla carta corrisponde ai fori (simili ad uno spolvero) tratteggiati dall’artista lungo i bordi delle sue figure.
Giuseppucci ama creare rapporti passato-presente. Mette in relazione in questo cortocircuito temporale, campioni di pensiero progressivo come Diderot e Gramsci, pionieri della cultura universale e sociale, gli araldi moderni dell’idea di educazione e di diffusione del sapere. Giuseppucci ha espresso anche con leggerezza pensosa il paradosso della durata e della deperibilità. L’insidia è sulla pagina, pronta. Su una delle stupefacenti tavole incise dell’Enciclopedie (un esemplare all’acquaforte da Bartolomeo Nenci) si materializza un pesciolino d’argento (il lucifugo Lepisma saccharina). Un altro simbolico assedio. Metafora dell’azione parassitaria tante volte messa in atto con strumenti di ben altra pervasività, capaci di intaccare alla radice i presupposti sulla quale è cresciuta la stessa Enciclopedie, cioè “i principi della biblioteca universale o meglio della universalità della conoscenza”.

IL CONTEMPORANEO NELLE SALE ANTICHE DELLA BIBLIOTECA
di Paola Delbianco
Giuseppucci ha legato il suo album, elegante e inquietante raccolta di
immagini di mosche carnarie e brani da Una solitudine troppo rumorosa di Bohumil
Hrabal, a una tavola con gigantesca pulce (essa pure succhiatrice di sangue)
del sesto volume delle Planches (Lucca 1770) di quel compendio universale
dello scibile umano che è l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, per molti
versi manifesto dell’Illuminismo. Associa invece la piccola foto incorniciata raffigurante
una massa di libri su esile tavolino con gomma a forma di teschio sovrapposta,
a una citazione da Il libro della sovversione non sospetta di Edmond
Jabès, a un Indice dei libri proibiti (Roma 1758) e a un testo espurgato del De
institutione oratoria di Quintiliano con commento (Venezia 1567). Con mirabile
sintesi, Giuseppucci spalanca un universo di significati ben presenti a chi pratica
i “mestieri del libro”: la cultura occidentale ha nel libro la forma privilegiata
di espressione e trasmissione; i libri sono conservati in quei grandi depositi organizzati
che sono le biblioteche, che ne assicurano la fruizione pubblica e la sopravvivenza
nel tempo; la biblioteca è quindi il luogo della memoria, passata e
presente, memoria da trasmettere oppure da occultare e distruggere. A un sentire
comune che considera libro e biblioteca presìdi di civiltà si oppone infatti ogni
forma di integralismo, sia laico sia religioso, che punta sempre e comunque al rigido
controllo della produzione editoriale, cedendo talora – come insegna la storia
anche recente – alla tentazione dei roghi di libri: il libro, come simbolo della libertà di opinione e di espressione, va annientato. Ma il libro può anche essere
più banalmente ma altrettanto efficacemente insidiato dall’azione silenziosa e
inesorabile di insetti e microrganismi, qui rappresentati dal lepisma saccharina,
meglio noto come pesciolino d’argento, che si muove febbrilmente su un minuscolo
video dentro un cassettino con schede della libreria seicentesca.

UNA TESTIMONIANZA PER LA GAMBALUNGA

di Massimo Cacciari

Il libro ha sapore – il sapere che contiene, materia che odora,che si trasforma come un corpo, che si ammala, che può guarire.Il libro non richiede lettori soltanto,ma mani capaci di averne cura; non solo occhi buoni a leggerlo, ma olfatti fini. Più poveri diveniamo per esperienza, più misera si fa l’energia dei nostri sensi, più rapida è la decadenza del libro e della sua civiltà. La civiltà dell’immagine non c’entra. Il libro è anche immagine, eccome. Che cosa più immagine delle pagine miniate dei codici della Gambalunga? Ciò che muta è l’esperienza dell’immagine. L’immagine del libro (non solo quelle eventualmente contenute nel suo “volumen”) era tutt’uno con la sua intelligenza, con la lettura e lo studio del suo contenuto. È invece l’immagine distratta a dominare oggi – l’immagine che distrae dal senso della parola, che vuole colpire e basta. Pathos senza logos. Il libro è colloquio di parola e immagine, e di spirito e corpo, nella vivacità dell’esperienza. Oggi il colloquio è esposizione di solitudini, “dialogo”immateriale tra corpi volatizzatisi. Tuttavia, qualsia si re-azionaria nostalgia sarebbe impensabile. Se osserviamo i libri attraverso la storia che anche questa grande biblioteca ci offre, vediamo che il libro stesso mostra il proprio destino: dagli incunaboli così prossimi alla scrittura “vivente”, attraverso il “libro antico”, fino ai nostri attuali, fatti e pensati per il più rapido consumo. Conoscere il passato e l’infranto non è salvarlo, né volerlo salvare. Semmai è amarlo – senza perché, come ogni vero amore.